Friday, June 13, 2008

Tre generazioni.

Mama Tina è la mia vicina, nonché mia rivenditrice ufficiale di credito telefonico. Mama Tina ha un negozio di un metro per un metro, fatto di assi di legno sufficentemente marce e di un po’ di corteccia sistemata a tettoia. C’è una griglia che le permette di vedere i clienti ed evitare che gli stessi le prendano gratuitamente i suoi piccoli tesori: qualche uovo, un po’ di pane se capita, qualche provvidenziale rotolo di carta igienica, un po’ di olio, un po’ di farina e poc’altro. Certo è un negozio povero, ma a Mama Tina non manca mai qualche cliente.

Da qualche notte sento un neonato piangere dall’altra parte della siepe e solo ieri ho scoperto che Mama Tina è diventata nonna di Beth. La piccola mi ha impressionato: tre mesi e sta già dritta dritta. Ma non solo. La piccola era piena di punture di zanzare. Nonostante il piccolo negozietto e la casa, la famiglia di Mama Tina non riesce a risparmiare il costo di una zanzariera per evitare alla piccola il rischio di contrarre la malaria in così giovane età. Una zanzariera costa cinque euro. Solo. Addirittura.

In Uganda prendere un neonato in braccio significa ricevere della buona fortuna ed è quindi per questo che in cambio di questo gesto, i genitori si aspettano qualcosa in cambio. Oggi sono arrivata da Beth con una zanzariera. Mama Beth si è affacciata alla porta e mi ha portato la bimba in segno di ringraziamento. Solo allora ho potuto notare il colorito della bambina, chiaro, non certo malaticcio. La ragazza si è avvicinata timidamente chiedendomi se per caso avevo qualche vestito che non indossavo più. Era da un po’ di tempo che non riusciva a comprarsi qualcosa. Non c’è voluto molto a che Tina mi raccontasse la sua storia. Una storia che purtroppo non mi è nuova. Che ho ascoltato e riascoltato. No, non conosco il padre di Beth, ma conosco storie di ragazze come sua madre, talvolta troppo ingenue, talvolta troppo illuse, talvolta tradite, talvolta semplicemente incapaci di proteggersi con un preservativo.

Una volta ho sentito dire che i bianchi che arrivano in Uganda non hanno l’aids. Quelli che sono positivi non ottengono il visto. Quindi, niente protezioni. Immagino le ghignate amare che si farà quello che ha messo in giro questa storia. Se non è già morto di AIDS nel frattempo. Benvenute quindi malattie e benvenuti bambini. Certo i bambini sono una benedizione. Poco importa pensare al loro futuro. Intanto arrivano, al dopo ci si penserà. E l’aids, se arriva, beh forse doveva succedere, no?

Tina ha appena compiuto diciotto anni. Era minorenne quando concepì Beth.

Beth crescerà senza conoscere suo padre. Ma forse la fortuna di avere una nonna come Mama Tina le permetterà in futuro di andare a scuola e di essere curata se starà male.

Il padre di Beth non sa della sua esistenza. È tornato a casa. Tra i suoi ricordi, forse solo una notte brava nel quartiere a luci rosse. Senza protezioni. Senza conseguenze.

Monday, January 7, 2008

FLASH


Kenya. Cammino in una strada di città. Un pomeriggio caldo e polveroso. Poche parole. Un silenzio quasi opprimente. Poi la ragazza si ferma. Sento un dolore secco alla spalla. Mi volto anch’io. Vedo le loro facce un attimo prima della fuga. Poi le gambe corrono e le mani lasciano cadere dei sassi. Rimane solo un livido e una sensazione di smarrimento.

Uganda. Rientro a casa dopo il lavoro. Cammino spedita per evitare il vicino che mi ferma sempre troppo a lungo. Passano due ragazzini. Mi salutano in Kiswahili. “Dev’essere proprio vero” -dicono- “che i bianchi arrivano sempre puntuali. Corrono sempre”. Mi fermo. Rido. Rallento e saluto il mio vicino.

Kampala. Manca poco alla riunione dei capi di stato. I cartelloni pubblicitari ci chiedono da mesi se siamo pronti. Il governo chiede a tutti di contribuire alla preparazione della città. Mentre passiamo ogni mattina per andare al lavoro vediamo delle donne con la schiena curva già al lavoro. Hanno una scopa di saggina senza manico tra le mani. Scopano la polvere sulle strade. Ogni mattina devono ricominciare da capo. Ma almeno hanno un lavoro.

Bunga. Leggo un vecchio articolo del 2003. Una didascalia alla foto dice “New York dopo dodici ore senza elettricità. Il più grave blackout della storia del nordamerica ha lasciato senza luce 50 milioni di persone per un’intera giornata”. Sorrido. Mi alzo svogliatamente, appoggio la mia lampada ad olio e vado a scaldare un po’ d’acqua per lavarmi.

Bunga. Momenti di chiacchiere con la mia coinquilina. Le racconto di essermi dimenticata di svuotare la pattumiera per quattro giorni di seguito. In Italia non è molto. Sotto il sole africano è troppo. Lo spettacolo è rivoltante: centinaia di vermi bianchi e un odore da chiudere lo stomaco per giorni. Mi racconta che le è successo un episodio simile quando c’era la guerra civile. Era una bambina e davanti a lei c’era il corpo di un uomo.

Friday, January 4, 2008

La giornata di ieri in Kenya ha registrato un calo di violenza. Ma questo non ci fa stare piu' tranquilli: e' una fine o una pausa? la manifestazione organizzata dall'opposizione e' stata solo rimandata. Come sperare che sara' pacifica? Ci sono ancora soluzioni politiche alla crisi ora che c'e' chi parla di pulizia etnica?

La situazione in Uganda. Si parla di circa 5,400 persone che nonostante la chiusura delle frontiere sono arrivate in Uganda.

Come conseguenza alla chiusura delle frontiere, anche l'economia ugandese ne subisce le conseguenze: dopo aver visto il prezzo del petrolio quadruplicare, ora non si trova piu' un goccio di benzina. A causa della riduzione dei trasporti anche i prezzi dei beni stanno triplicando.

Wednesday, January 2, 2008

KENYA: VOTO E DEMOCRAZIA



Sono partita dal Kenya il giorno delle elezioni presidenziali. Non sembrava essere il giorno più indicato per mettersi in viaggio. Gli eventi successivi invece hanno provato il contrario.

Se in Uganda il periodo natalizio era ancora impregnato di atmosfera Chogam, quello in Kenya era febbricitante di elezioni. Quelle del 27 dicembre 2007 sono state le seconde elezioni democratiche della storia del Kenya. Lungo la strada ho visto file infinite di persone che pazientemente facevano code di cinque, sei, dieci ore per poter contare sulla scelta del loro presidente. Altro che la cara vecchia Italia, dove ormai la democrazia sembra datata al punto che la voglia di votare si spegne anno dopo anno.

Il giorno seguente la febbre del conteggio. Tutti incollati davanti alla televisione per vedere l’esito finale. Il principale oppositore del vecchio presidente sembra essere in testa, poi la rimonta, poi di nuovo lo stacco. Poi il silenzio sulle ultime schede elettorali. Quando ormai tutti credono al cambio di leadership, ecco il vero colpo di scena. Il vincitore non è l’opposizione. Il mandato del vecchio presidente è rinnovato.

E l’inferno arriva in Kenya.

Gli stati confinanti si affrettano a chiudere le frontiere. Nessuno può più uscire né entrare. La terra dei Kikuyu, etnia del presidente, viene presa di mira e l’ingiustizia viene sfogata sulla gente che ha come unica colpa la propria appartenenza etnica. In pochi giorni i morti salgono a 300. 50 di questi sono stati bruciati vivi in una chiesa. Case distrutte, migliaia di persone costrette alla fuga. I candidati presidenziali si lanciano accuse a vicenda e accendono ancora di più la furia cieca della folla.

La gente si è sentita tradita. Avevano raccontato loro che facendo tutte quelle ore di fila avrebbero potuto dire la loro. Avevano raccontato loro che potevano scegliere il loro presidente. Avevano promesso loro un’arma più potente delle armi che si chiama diritto di voto. Avevano detto loro che vivevano in uno stato democratico. E loro ci avevano creduto.

(TO BE CONTINUED)

KENYA: NATALE AFRICANO




Dire che questo è stato un Natale diverso sarebbe scontato.

Ho trascorso il mio primo Natale lontana da casa, lontana dalla mia famiglia, dai miei amici e dalla mia confortante parrocchia di Mas Peron. Ho sempre cercato di combattere il materialismo con cui è stato coperto e sporcato il Natale. Ma non mi sono mai resa conto al contempo di quante cose componevano i 25 dicembre di mio ogni anno e di quanto questo momento fosse sempre stato per me ricco d’amore. Il freddo inverno di montagna, le canzoni, i colori, gli auguri, papà che taglia la legna, il calore della famiglia riunita intorno alla stufa, la mamma che minuziosamente prepara il presepe, la cena con gli amici di sempre, la messa con la mia comunità. Il Natale era ovunque, molto prima del fatidico giorno.

Il dicembre in Uganda è caldo, la stagione secca è appena iniziata. Niente mi ricordava il Natale nelle settimane passate. Le luci colorate le ho viste solo impacchettate in un negozio, invendute. Le canzoni erano di festa, ma non di festa natalizia. Certo avevo bisogno di un Natale più spirituale, meno consumistico, più puro. Ma questo era troppo.

Sono così partita per riprendermi il Natale. In Kenya.

Sapevo dove cercarlo e fortunatamente non ho fatto molta strada (se undici ore di bus su un asfalto massacrato possano essere considerate poco…). Nella piccola comunità di Nakuru c’è una persona a me cara, un padre spirituale e un amico, e la sua famiglia di bambini che un tempo erano sulla strada. È bastato un istante e mi sono sentita a casa. Ho ritrovato i sorrisi, la sorpresa dei bambini che scartano i regali, le chiacchiere con gli amici, la cena in famiglia, la messa di mezzanotte, i canti di gioia per il bambino che nasce. Ho ritrovato il vero significato del Natale nel cuore dell’Africa a migliaia di kilometri di distanza dalla mia comunità.

È stato un Natale in famiglia, è stato un Natale in comunità, è stato un Natale con Gesù.

In fondo…è stato un Natale come tutti gli altri!

P.S. La foto è stata scattata durante il mio viaggio in autobus. E sì, in Kenya ci sono anche foreste di abeti! E la polvere sulla strada era talmente tanta che le piante erano completamente grigie-effetto neve! Alla fine non mi sono fatta mancare proprio nulla: ho avuto persino centinaia di alberi di Natale.

Tuesday, December 18, 2007

Non mangiare scimmie morte!



Tra le particolarità dell’Uganda c’è la cordialità della gente. La gente ti saluta per strada, si ferma volentieri a scambiare due chiacchiere, o semplicemente ti allunga la mano per una stretta. Ma non in questi giorni.

In questi giorni le mani devono restare pulite. Ho iniziato a vedere comparire i primi guanti bianchi nelle banche, poi piano piano in alcuni negozi e sportelli pubblici. Poi sono iniziati gli ammonimenti: non prendere mezzi pubblici, evita i luoghi affollati, lavati le mani con la candeggina quando entri in contatto con altre persone. Ad un meeting una persona si è rifiutata di stringermi la mano.

L’ebola è tornata in Uganda.

Si pensava che la zona di contaminazione fosse circoscritta all’ormai tristemente celebre città di Bundibugyo, nell’ovest del paese. Poi i campanelli d’allarme hanno iniziato a suonare anche a Kampala. E la gente ha cominciato ad evitare le strette di mano. (Per onor di cronaca, una settimana fa è stato dichiarato che i casi sospetti a Kampala sono risultati negativi).

In tutto questo alcuni ammonimenti ci hanno permesso anche di sdrammatizzare. Un giornale raccomandava ai suoi cauti e attenti lettori di non mangiare durante i funerali e soprattutto di non mangiare scimmie morte!

Quindi necrofili e scimmiofili, uomo avvisato, mezzo salvato.

STORIE




Un anno in Africa. Un breve periodo, un lungo cammino allo stesso tempo. A poco a poco, e non senza difficoltà, ho costruito un nuovo equilibrio in cui vivere, fatto di abitudini, piccoli riti, soprattutto persone. Ed ogni giorno ascolto storie, imparo dalle esperienze altrui, ricevo consigli, accolgo sfoghi.

M. è venuto a trovarmi quando sono tornata dall’Italia. Non lo vedevo da un mese. Aveva suo figlio in braccio, era ingrassato e sereno, sembrava un’altra persona. L’ho conosciuto in un momento per lui molto difficile. Avere l’Aids e un figlio di pochi mesi è come avere tra le braccia morte e vita al contempo. Ho ammirato M. per la sua capacità di ricostruirsi in momenti tanto difficili. Senza lavoro e con una famiglia da mantenere ha saputo recuperare le sue forze e lottare per riottenere un lavoro. M. ha poco ora, ma ha il sorriso, è felice dei progressi che sta facendo. Chi ha toccato il fondo sa come gioire per ogni piccola gioia della vita e sa tornare a vivere per quelle grandi: suo figlio è sano.

L. è piccina, due anni e qualche mese. Non sorride. Non ha ancora imparato a farlo. È nata prematura. È stata abbandonata nella spazzatura. Vive in un orfanotrofio. È sorda. Eppure è nata curiosa. Molto determinata. Non si lascia sorpassare dai compagni più grandi. Sa come farsi capire e rispettare. Non esce mai da quelle quattro mura tranne quando la porto a qualche visita medica. L. è la mia debolezza. Vorrei insegnarle a sorridere.

P. è una ragazza bellissima e dolce. La vita fin’ora non è stata molto generosa con lei. Ha dovuto lasciare affetti, è stata abbandonata e denigrata. È una donna matura nella sua giovane età. Ha una visione della vita chiara e sa dove vuole arrivare. Non lo fa per se stessa, ma per la sua fonte di dolcezza: suo figlio. Ha ancora un anno per trovare un buon lavoro che permetta al piccolo di accedere all’istruzione. Mandare un figlio a scuola è un grosso investimento di soldi e di sacrifici. La speranza impagabile è che il ciclo di povertà si spezzi con la generazione successiva.

C. è una bimba molto sveglia. L’ho conosciuta quando abbiamo aperto la scuola di alfabetizzazione in una baraccopoli. Tra tutti i bambini presenti, quello di C. è il primo nome che ho imparato. Era lei a rispondere per prima alle domande della maestra. È stata tra i primi ad imparare tutti i numeri fino al novanta. Era tra i pochi a non addormentarsi mai e a ridere sempre. È una bambina molto intelligente. C. è rimasta orfana di entrambi i genitori e vive con la nonna. La nonna non le fa mancare cibo e vestitini puliti, ma non ha mai potuto mandarla a scuola. Questa scuola nello slum è forse la sua unica opportunità di imparare a leggere e a scrivere. Ed è determinata a sfruttare quest’occasione fino in fondo.

Sto collezionando queste storie dentro di me, perché trasmettono forza e speranza. Accanto a queste ce ne sono molte altre senza sorriso. Talvolta basta così poco per permettere ad una persona di ritrovare la propria dignità. Quel poco che per troppi è come vincere alla lotteria.