Tuesday, December 18, 2007

Non mangiare scimmie morte!



Tra le particolarità dell’Uganda c’è la cordialità della gente. La gente ti saluta per strada, si ferma volentieri a scambiare due chiacchiere, o semplicemente ti allunga la mano per una stretta. Ma non in questi giorni.

In questi giorni le mani devono restare pulite. Ho iniziato a vedere comparire i primi guanti bianchi nelle banche, poi piano piano in alcuni negozi e sportelli pubblici. Poi sono iniziati gli ammonimenti: non prendere mezzi pubblici, evita i luoghi affollati, lavati le mani con la candeggina quando entri in contatto con altre persone. Ad un meeting una persona si è rifiutata di stringermi la mano.

L’ebola è tornata in Uganda.

Si pensava che la zona di contaminazione fosse circoscritta all’ormai tristemente celebre città di Bundibugyo, nell’ovest del paese. Poi i campanelli d’allarme hanno iniziato a suonare anche a Kampala. E la gente ha cominciato ad evitare le strette di mano. (Per onor di cronaca, una settimana fa è stato dichiarato che i casi sospetti a Kampala sono risultati negativi).

In tutto questo alcuni ammonimenti ci hanno permesso anche di sdrammatizzare. Un giornale raccomandava ai suoi cauti e attenti lettori di non mangiare durante i funerali e soprattutto di non mangiare scimmie morte!

Quindi necrofili e scimmiofili, uomo avvisato, mezzo salvato.

STORIE




Un anno in Africa. Un breve periodo, un lungo cammino allo stesso tempo. A poco a poco, e non senza difficoltà, ho costruito un nuovo equilibrio in cui vivere, fatto di abitudini, piccoli riti, soprattutto persone. Ed ogni giorno ascolto storie, imparo dalle esperienze altrui, ricevo consigli, accolgo sfoghi.

M. è venuto a trovarmi quando sono tornata dall’Italia. Non lo vedevo da un mese. Aveva suo figlio in braccio, era ingrassato e sereno, sembrava un’altra persona. L’ho conosciuto in un momento per lui molto difficile. Avere l’Aids e un figlio di pochi mesi è come avere tra le braccia morte e vita al contempo. Ho ammirato M. per la sua capacità di ricostruirsi in momenti tanto difficili. Senza lavoro e con una famiglia da mantenere ha saputo recuperare le sue forze e lottare per riottenere un lavoro. M. ha poco ora, ma ha il sorriso, è felice dei progressi che sta facendo. Chi ha toccato il fondo sa come gioire per ogni piccola gioia della vita e sa tornare a vivere per quelle grandi: suo figlio è sano.

L. è piccina, due anni e qualche mese. Non sorride. Non ha ancora imparato a farlo. È nata prematura. È stata abbandonata nella spazzatura. Vive in un orfanotrofio. È sorda. Eppure è nata curiosa. Molto determinata. Non si lascia sorpassare dai compagni più grandi. Sa come farsi capire e rispettare. Non esce mai da quelle quattro mura tranne quando la porto a qualche visita medica. L. è la mia debolezza. Vorrei insegnarle a sorridere.

P. è una ragazza bellissima e dolce. La vita fin’ora non è stata molto generosa con lei. Ha dovuto lasciare affetti, è stata abbandonata e denigrata. È una donna matura nella sua giovane età. Ha una visione della vita chiara e sa dove vuole arrivare. Non lo fa per se stessa, ma per la sua fonte di dolcezza: suo figlio. Ha ancora un anno per trovare un buon lavoro che permetta al piccolo di accedere all’istruzione. Mandare un figlio a scuola è un grosso investimento di soldi e di sacrifici. La speranza impagabile è che il ciclo di povertà si spezzi con la generazione successiva.

C. è una bimba molto sveglia. L’ho conosciuta quando abbiamo aperto la scuola di alfabetizzazione in una baraccopoli. Tra tutti i bambini presenti, quello di C. è il primo nome che ho imparato. Era lei a rispondere per prima alle domande della maestra. È stata tra i primi ad imparare tutti i numeri fino al novanta. Era tra i pochi a non addormentarsi mai e a ridere sempre. È una bambina molto intelligente. C. è rimasta orfana di entrambi i genitori e vive con la nonna. La nonna non le fa mancare cibo e vestitini puliti, ma non ha mai potuto mandarla a scuola. Questa scuola nello slum è forse la sua unica opportunità di imparare a leggere e a scrivere. Ed è determinata a sfruttare quest’occasione fino in fondo.

Sto collezionando queste storie dentro di me, perché trasmettono forza e speranza. Accanto a queste ce ne sono molte altre senza sorriso. Talvolta basta così poco per permettere ad una persona di ritrovare la propria dignità. Quel poco che per troppi è come vincere alla lotteria.

Aiuto affoghiamo. Ci vedi?



Buongiorno a tutti, lo so, sono stata parecchio assente dal mio blog. Ma eccomi qui ad aggiornarvi su un evento datato di quattro mesi. Che news penserete. Eppure per molti di voi questa notizia suonerà come completamente nuova.

Nonostante sia durata mesi e nonostante l’emergenza sia appena finita, molte persone non hanno mai saputo che una parte dell’Africa era stata colpita da disastrosa alluvione. Quand’ero in Italia, a settembre, non ho ascoltato ne' letto notizia su ciò che stava accadendo. Nessuno ne parlava. Eppure ha colpito 15 paesi in Africa, in alcune zone con effetti devastanti. 1,5 milioni di persone sono rimaste senza casa, 300 morti, strade inaccessibili, ponti distrutti dalla violenza delle acque. E milioni di persone non hanno più un tetto, né un raccolto, né dell’acqua non contaminata da bere.
È una tragedia, l’ennesima. Ma nessuno ne parla. E' l’ennesima tragedia africana, non fa più notizia. E per l’ennesima volta la gente qui dovrà ricostruire, piantare ancora, e se non ce la farà morirà di fame o di malaria o di colera. Ma in africa muoiono in tanti. Perché parlarne ancora?