FLASH
Kenya. Cammino in una strada di città. Un pomeriggio caldo e polveroso. Poche parole. Un silenzio quasi opprimente. Poi la ragazza si ferma. Sento un dolore secco alla spalla. Mi volto anch’io. Vedo le loro facce un attimo prima della fuga. Poi le gambe corrono e le mani lasciano cadere dei sassi. Rimane solo un livido e una sensazione di smarrimento.
Uganda. Rientro a casa dopo il lavoro. Cammino spedita per evitare il vicino che mi ferma sempre troppo a lungo. Passano due ragazzini. Mi salutano in Kiswahili. “Dev’essere proprio vero” -dicono- “che i bianchi arrivano sempre puntuali. Corrono sempre”. Mi fermo. Rido. Rallento e saluto il mio vicino.
Kampala. Manca poco alla riunione dei capi di stato. I cartelloni pubblicitari ci chiedono da mesi se siamo pronti. Il governo chiede a tutti di contribuire alla preparazione della città. Mentre passiamo ogni mattina per andare al lavoro vediamo delle donne con la schiena curva già al lavoro. Hanno una scopa di saggina senza manico tra le mani. Scopano la polvere sulle strade. Ogni mattina devono ricominciare da capo. Ma almeno hanno un lavoro.
Bunga. Leggo un vecchio articolo del 2003. Una didascalia alla foto dice “New York dopo dodici ore senza elettricità. Il più grave blackout della storia del nordamerica ha lasciato senza luce 50 milioni di persone per un’intera giornata”. Sorrido. Mi alzo svogliatamente, appoggio la mia lampada ad olio e vado a scaldare un po’ d’acqua per lavarmi.
Bunga. Momenti di chiacchiere con la mia coinquilina. Le racconto di essermi dimenticata di svuotare la pattumiera per quattro giorni di seguito. In Italia non è molto. Sotto il sole africano è troppo. Lo spettacolo è rivoltante: centinaia di vermi bianchi e un odore da chiudere lo stomaco per giorni. Mi racconta che le è successo un episodio simile quando c’era la guerra civile. Era una bambina e davanti a lei c’era il corpo di un uomo.
Uganda. Rientro a casa dopo il lavoro. Cammino spedita per evitare il vicino che mi ferma sempre troppo a lungo. Passano due ragazzini. Mi salutano in Kiswahili. “Dev’essere proprio vero” -dicono- “che i bianchi arrivano sempre puntuali. Corrono sempre”. Mi fermo. Rido. Rallento e saluto il mio vicino.
Kampala. Manca poco alla riunione dei capi di stato. I cartelloni pubblicitari ci chiedono da mesi se siamo pronti. Il governo chiede a tutti di contribuire alla preparazione della città. Mentre passiamo ogni mattina per andare al lavoro vediamo delle donne con la schiena curva già al lavoro. Hanno una scopa di saggina senza manico tra le mani. Scopano la polvere sulle strade. Ogni mattina devono ricominciare da capo. Ma almeno hanno un lavoro.
Bunga. Leggo un vecchio articolo del 2003. Una didascalia alla foto dice “New York dopo dodici ore senza elettricità. Il più grave blackout della storia del nordamerica ha lasciato senza luce 50 milioni di persone per un’intera giornata”. Sorrido. Mi alzo svogliatamente, appoggio la mia lampada ad olio e vado a scaldare un po’ d’acqua per lavarmi.
Bunga. Momenti di chiacchiere con la mia coinquilina. Le racconto di essermi dimenticata di svuotare la pattumiera per quattro giorni di seguito. In Italia non è molto. Sotto il sole africano è troppo. Lo spettacolo è rivoltante: centinaia di vermi bianchi e un odore da chiudere lo stomaco per giorni. Mi racconta che le è successo un episodio simile quando c’era la guerra civile. Era una bambina e davanti a lei c’era il corpo di un uomo.


