Wednesday, April 11, 2007

UNA MAMMA IN AFRICA


Come immaginarsi meglio viziati se non in un paesaggio come questo, con l’aria equatoriale che ti accarezza il viso e una mamma con cui condividere il lettone? Eh si ragazzi, la mia mamma è scesa fino in Uganda per coccolare la sua Erikina per ben tre settimane, Pasqua compresa!
La fortuna di avere la mamma in Africa è quella di poterle finalmente mostrare il mondo con i miei occhi e farle amare ciò che io ho scelto di amare. Quel che riempie di gioia è vederla capire la mia vita, è sorprendere i suoi occhi senza più espressione di incomprensione per un cammino non facile da accettare. Lei ora è nella mia vita e vive le mie scelte. E in fondo i suoi occhi mi dicono finalmente le parole che ogni figlio desidererebbe sentire da un genitore …

Inizialmente abbiamo visitato i progetti di Kampala. È stata la sorpresa dell’Africa piena di voci, di bambini, di donne che sorridono, di mani che stringono mani, di persone che soffrono e di persone che ti fanno riscoprire la gioia delle cose semplici. Inizialmente la faccia di mamma era quella del primo arrivante, insicura e intenerita, commossa e sconvolta,….Ma dopo qualche giorno di rodaggio tutto è sbocciato, le mani si sono aperte ad altre mani, il sorriso ad altri sorrisi, gli abbracci ad altri abbracci. Così inizia il mal d’Africa, quello che ti avvolge come una coperta materna, che ti ricopre di stelle tanto vicine da coprirti il volto, che ti fa sorridere al vento. Forse mal di felicità infantile, spensierato e inebetito, stupefatto e curioso, incoscente e sfrontato.

E’ seguito poi il sano turismo. Ripeto, il sano. Perché deve esistere un momento di pausa mentale che ti faccia scoprire l’Africa immaginata, quella delle foreste equatoriali e delle savane aride, dei leoni e degli elefanti, del Nilo e delle cascate che si tuffano nel verde intenso. Abbiamo così trascorso il nostro finesettimana nel parco delle Murchison’s falls e la nostra visita è stata ricompensata da tanti regali inaspettati: due leoni maschi in contesa per l’unica femmina, tre giraffe intente a misurarsi il collo per sapere chi lo aveva più lungo e chi quindi poteva dominare (la gara al più lungo è sempre prerogativa maschile…), una famiglia di elefanti durante il bagno nel Nilo, i coccodrilli che boccheggiavano sulla riva del grande fiume. Che poesia può essere più grande di quella espressa senza pretese ma in modo tanto incantevole da Madre Natura? Che disegno può esprimere più significato di quello che troviamo vivo nel momento che ci scorre davanti? Che perfezione può esistere al di fuori di questo ciclo perfetto di vite che corrono lungo lo stesso filo?

Abbiamo proseguito il nostro viaggio nel Nord Uganda, nella regione che dopo anni di guerra civile inizia a rialzarsi da terra e a rivolgersi ad un futuro più roseo. È strano vedere campi profughi a perdita d’occhio con capanne senza più paglia sul tetto, con le mura distrutte, con le piazzole antistanti piene d’erba. Triste spettacolo, grande tragedia? No, solo il lento ed incerto ritorno alla normalità. Quelle che fino a qualche mese fa erano delle oasi di protezione apparente in un oceano di pazza ed estrema violenza, che nascondevano disperazione, paura e costernazione, sono ora delle terre abbandonate. Solo chi è stato costretto a lasciare la propria casa può percepire il sottile e rassicurante odore delle cose familiari, la gioia dei colori della propria terra, la sicurezza di vedere ancora amici e famiglia intorno a sé. Speriamo solo che la pazzia umana non distrugga nuovamente cio' che la ragione con fatica sta tentando di realizzare.

C’è stato un momento particolarmente duro per me e mamma. Abbiamo visitato uno dei migliori ospedali del Nord Uganda. Nonostante le condizioni fossero decisamente migliori di tanti altri disumani ricoveri, visitare una stanza per bambini con un tumore ci ha rigettate negli incubi più neri. Pensare al cammino che abbiamo fatto, sapere quanto duro è stato per tutti arrivare alla luce e immaginarci quell’incubo racchiuso in un contesto del genere, ci ha lasciato addosso una sensazione contradditoria di rifiuto, di frustrazione, di appartenenza ad un elite non scelta, di profonda ingiustizia.

È stata una settimana intensa, piena, difficile. Gli incontri sono stati tanti. Siamo ritornate con il cuore pieno di emozioni a metà, tra il bianco ed il nero, tra il precipizio e la speranza.

Infine quest’ultima settimana, con il mio lavoro, i miei colleghi e gli amici, i miei progetti e ancora la mia mamma. La mia camera si è riempita improvvisamente di routines conosciute e vissute in passato in un contesto lontano anni luce da questo. La mia mamma che stira, le contese su un cioccolatino in più, il risotto col profumo di casa, le uscite serali e lei che si lamenta dell’ora tarda. L’unica cosa che ci riporta alla realtà sono le telefonate di papà, nostalgico ma sereno, che ci fa capire che la nostra casa è sempre là, incastonata nelle Dolomiti. Ad aspettare lei. Ad aspettare me, un giorno.

Ora vivo una nuova routine, navigo in spazi miei, scopro orizzonti che mi fanno sentire al sicuro, indosso nuovi abiti che mi calzano a pennello. Per la prima volta non mi sto ponendo obbiettivi. Sono esattamente dove avrei sempre voluto essere.

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