Monday, March 12, 2007

TRADIZIONI E FELICITA'


10 marzo 2007

Italianissimi, italianofili, italia-nostalgici,

qualcuno mi può spiegare per quale storica ragione la nostra politica è sempre un disastro? Vi seguo a distanza e a singhiozzo ma ciò che mi arriva non è proprio incoraggiante. Altro che pane e mortadella, pane e volpe dobbiamo far mangiare ai nostri governanti! Comunque sia siamo sempre tra le politiche più colorite ed avvincenti, abbiamo perso gli aggiornamenti sulle vacanze sarde del berlusca, ma almeno non arrestiamo lo show!

Per quanto riguarda l’Uganda, che non fa strage tra le news dei media, ci penso io ad aggiornarvi un po’.

Sono da poco tornata dal Karamoja e, al di là dei rischi che assumiamo viaggiando senza scorta armata, devo ammettere che mi sono riempita gli occhi e il cuore. Nonostante la bellezza del paesaggio, sfruttare la zona a fini turistici non e' ancora un programma all'ordine del giorno. Peccato e per fortuna. Gli animali sono ormai rari e le violenze interetniche minano la magia di una terra incantata. La terra degli elefanti è oggi una savana piena di insidie. Nonostante ciò rimane a noi la fortuna di vedere delle terre dove i modernismi occidentali sono ancora deboli di fronte al peso delle tradizioni e dove i locali vivono in simbiosi con la natura. Il paradosso è che dando loro qualcosa da una parte, dall’altra portiamo con noi ciò contro cui li vorremmo preservare. Questa linea di equilibrio-squilibrio fa purtroppo parte delle nostre “scelte forzate”. Qualcuno si è stupito nel vedere quante associazioni locali ci fossero in un piccolo villaggio come Iriri. Gli si è fatto notare che queste sono nate da poco più di un mese, ossia quando i finanziatori internazionali hanno annunciato di volersi appoggiare sul tessuto sociale organizzato per sviluppare i propri progetti nella regione. Da un giorno all’altro una trentina di asso. hanno fatto la loro comparsa! Solamente da qui, vivendo accanto ad una cultura tanto diversa, possiamo vedere con maggior chiarezza tutte le assurdità della nostra!

Per quanto riguarda l’emergenza IDP (internal displaced persons= rifugiati interni) della quale vi avevo parlato precedentemente (ricordate le persone che elemosinavano per strada?) per il momento è diminuita. La coordinazione ha funzionato abbastanza bene e si è riusciti ad impedire la creazione di nuovi campi IDP.
Le persone che mendicavano per le strade di Kampala sono state riportate in Karamoja come previsto, ma le varie ONG le hanno soccorse, hanno ricondotto nei loro villaggi quelle che avevano un posto in cui ritornare, hanno inserito gli orfani in dei collegi ed hanno previsto la costruzione di nuovi villaggi per tutti gli altri.

Con una punta di soddisfazione vi comunico che il primo progetto Unicef che abbiamo fatto e che ho seguito è quasi al termine. Con Davide e Alessandro sono andata a Kobulin per visitare il villaggio tradizionale costruito dalle donne del progetto. Per me è stata una forte emozione poter vedere quelle case e poter conoscere le persone che vi abiteranno. Sono dei tronchi e dell’erba, ma quelle capanne sembravano dei gioielli incastonati nella savana, in perfetta armonia con essa e con i colori che la scaldano.
Mentre gli altri continuavano la « visita », mi sono seduta in mezzo a due capanne. Davanti a me delle donne lavoravano bruciando l’erba di troppo. Mi sono sentita per un attimo bambina, nei prati di mia nonna, quando ero troppo piccola per maneggiare una forca ma anche troppo curiosa per potermi distrarre con i giochi. Sedevo all’ombra del melo e mi perdevo a osservare quella tradizione perfetta nei suoi riti e nelle sue abitudini. Il lavoro del fieno faceva parte delle cose da grandi che volevo assolutamente imparare a fare; volevo padroneggiare forca e cicli di raccolta prima che qualche evento ne potesse cancellare per sempre il passaggio. Mia nonna diceva sempre che il suo lavoro un giorno sarebbe finito e che nessuno l'avrebbe ripreso in mano. Ricordo con quanta fierezza presi dalle mani la forca che mio nonno un giorno fece su misura per me, liberandomi così dal ruolo di “porta-acqua”. Nel corso della mia infanzia in soli dieci anni ho visto tutta quella che era una campagna piena di meli, ciliegi, viti e granoturco, mucche e cavalli, diventare prima rovi e poi bosco o nel peggiore dei casi mura e tetti. Ogni tradizione è storia, è cultura, è parte di ciò che ci forma. Mi chiedo ormai da troppo tempo cosa sia felicità e quale sia il modo giusto per cercarla…

Per quel che riguarda la vita del « bush », per me è stata un’esperienza totale. Come punto di partenza non avere mura intorno alla casa, né guardi armate costituisce di per sé una gran sensazione di liberta'. Contrariamente alla capitale, la piccola città è accogliente, familiare e al tempo stesso spettacolare. Si può fare una breve passeggiata vicino a casa e già ci si trova davanti la savana a perdita d’occhio. La presenza di Stella, la ragazza che aiuta Ale nella cura dell’ufficio, è stata una compagnia preziosa per conoscere gli angoli di Moroto e i suoi abitanti. In Karamoja la gente non si fa riguardo nel fermarti, fare qualche passo con te e discutere di quel che viene. Gli abitanti sono incuriositi nel vedere un muzungu (un bianco) girare tra le loro case, fare capolino alla porta di una donna che ha appena partorito o sedersi in mezzo a loro per prendere un po’ di respiro. Per evitare le richieste di soldi, inevitabili con un colore della pelle così tremendamente pallido, ho fatto scorta di tabacco locale al mercato e riempivo le mani con il mio cornetto di capra. Il gesto era apprezzato. E la gente dopo un po’ di titubanza, rideva di cuore nel vedere la scena. Naturalmente ho provato anch’io a inspirarne un po’, con ovvi effetti da pivellina no smoker!

Purtroppo accanto alle belle notizie, devo anche riportare il rovescio della medaglia. La violenza al nord non si ferma. Il disarmo continua e certe zone sono diventate off zones. Quando eravamo a Iriri alcuni Karimojongs hanno rubato le mandrie custodite dai militari. Le bestie sono state recuperate ed altri morti sono stati aggiunti alla lista.

Aneddoto a dir poco "armato": nelle parti più a rischio si viaggia durante la notte, ma proprio in una strada immersa nello splendido manto di una notte africana, quasi non vedevamo che proprio in mezzo c’era un carro armato senza luci. Potete immaginare cosa potrebbe voler dire tamponare un carro armato??? Devo ammettere che al di là della scenetta comica, fa un brutto effetto trovare un tale marchingegno piazzato davanti e pronto ad essere attivo nella zona circostante…

Il mio ritorno a Kampala segna anche l’inizio di un altro progetto. Il progetto Cinema 3, progetto di microcredito nello slum a luci rosse di Kampala, volto ad aiutare i bambini attraverso delle attività ludiche, didattiche e sportive. Ma questa è un’altra storia!

L’Uganda si sta rivelando una scuola continua. La mia università è il terreno. È un insegnamento che mi apre degli universi dai colori differenti e contrastanti, un pentolone di saperi costruiti vivendo. Non è facile capire tutto, non credo sia nemmeno possibile, ma fortunatamente la sete di imparare non si sazia mai!

Un piccolo annuncio finale: a fine luglio nascerà la mia seconda nipotina! Invito chi può vedere mia sorella a baciarle il pancione per me!

Tanti bacioni a voi!

Erika

0 Comments:

Post a Comment

Subscribe to Post Comments [Atom]

<< Home